Anno XXI, n. 230
aprile 2025
 
In primo piano
Una trama intrigante, tra Storia e delitti,
sul magico sfondo della Roma imperiale
Cicerone, Silla e tanti altri personaggi si alternano in un romanzo
edito da Arduino Sacco in collaborazione con Bottega editoriale Srl
di Marco Gatto
È da pochi giorni in distribuzione l’opera di esordio di Giorgio De Angelis, dal titolo Processo per Parricidio, pubblicato da Arduino Sacco Editore. Si tratta di un romanzo storico del quale il team di Bottega editoriale Srl ha curato l’editing e i rapporti con la casa editrice. Un intreccio ben costruito, in cui tra i vari protagonisti e personaggi che si susseguono, incontreremo un giovane Cicerone, che si farà notare per un’appassionata difesa di Sesto Roscio, accusato di parricidio, al punto da dover lasciare per qualche tempo Roma alla volta della Grecia. È la Roma di Silla, è la Roma che, da lì a poco, sarebbe diventata un impero immenso, l’unico capace di unire sotto lo stesso tetto tutta l’Europa. Pubblichiamo di seguito, come anticipazione, la Prefazione.

La redazione


PREFAZIONE

Da tempo la critica si interroga su quale sia la necessità, da parte degli scrittori contemporanei e della letteratura in generale, di immergersi nel passato. Ne viene fuori, come al solito, una divaricazione degli intenti, un’opposizione fra chi preferisce, per ragioni stilistiche e anche ideologiche, il tuffo nel già avvenuto e chi si rivolge al presente, magari interrogandosi sulla stessa possibilità di narrarlo. Le categorizzazioni marmoree lasciano sempre il tempo che trovano. La questione è senz’altro più complessa.
Il genere del romanzo storico si è posto all’attenzione dei critici e dei teorici per la particolarità del suo statuto. Si potrebbe tracciare una storiografia del genere soffermandosi in particolare sul dibattito animatosi negli anni Settanta del secolo scorso, partendo però dalle essenziali e precedenti tesi in materia formulate da Lukács o Bachtin, per proseguire con quella particolare fase, ancora oggi dibattuta, di passaggio dal moderno al postmoderno e di riflessione sui modi di rappresentazione della Storia. Evitiamo qui di soffermarci su un problema di troppo larga portata. Poniamo invece l’attenzione su due punti altrettanto complessi.
Il primo è che la Storia, così come la apprendiamo dai testi in qualità di vissuto appartenuto a chi ci ha preceduto, non è un testo, ma, nello stesso tempo, «è inaccessibile a noi tranne che in forma testuale [1]»: per comprendere gli eventi noi lettori necessitiamo di una loro precedente testualizzazione. Il secondo è che il nostro bisogno di riferirci al passato è probabilmente dettato dalla instabilità del presente, che non si lascia catturare facilmente e nel quale sembriamo smarriti, senza coordinate logiche che ci rendano consapevoli dei passi che compiamo.
L’operazione letteraria di Giorgio De Angelis – già noto agli amanti del romanzo – nel suo Processo per parricidio rende possibile un approfondimento di queste due sommarie ed estemporanee riflessioni dettate dalla lettura. Non crediamo che lo scrittore abbia rinunciato a narrare il presente per rinchiudesi in un passato di sicurezze: anzi, fra poco diremo che l’effetto del romanzo appare contrario.
De Angelis, per ammobiliare il suo mondo romano, prende spunto da una delle celebri orazioni ciceroniane, la Pro Sexto Roscio Amerino. Un’orazione ricchissima, già perfetta nella sua enunciazione, testimonianza di quella prosa che è stata considerata fino a qualche tempo fa, riduttivamente, modello di scrittura per tutti, e in verità fonte di una visione politica, di un’idea costruttiva di impegno civile che andava formandosi in anni certamente difficili. La storia dell’amerino nasce e si complica alla luce di uno scandalo politico, che l’abile oratore svela nei suoi perversi meccanismi. Eppure mai Cicerone rimane nel particolare della vicenda: la sua prosa si allarga a un’apologia della politica, della vita spesa per la comunità, e in essa si riflette l’avvenimento decisivo della sua esistenza, la congiura di Catilina repressa durante il suo consolato. Un testo, insomma, intriso di stile e grande retorica, che diviene documento di una stagione della storia romana dominata spesso dal malaffare degli uomini politici. Da esso, De Angelis prende spunto per entrare, attraverso le potenzialità della letteratura, nel mondo psicologico dei personaggi e per mostrarci tutte le connessioni politiche, morali e materiali che agiscono storicamente alla determinazione del ‘caso Roscio Amerino’.
Se dovessimo utilizzare un termine scientifico, potremmo dire che ai fini della produzione del romanzo l’orazione di Cicerone agisce come ipotesto sul quale si innesta una nuova narrazione che non ha i caratteri del commento [2]: ma un ipotesto che assume valore di fonte e non solo terreno di rifacimento stilistico. E di esempi del genere, nella storia letteraria, se ne potrebbero fare molti. De Angelis utilizza, è vero, l’orazione come testo basilare, ma ne fuoriesce attraverso la cura dell’intreccio di situazioni e personaggi, limitandolo a reperto dal quale attingere le necessarie informazioni per lo svolgersi della storia. Eppure la prosa ciceroniana rimane incastonata ugualmente nel testo, come si trattasse di una celata intertestualità di base, a beneficio di un equilibrio che si viene a creare fra scrittura e riscrittura, e che va colto anche nei termini di distanza temporale. L’operazione è sì quella dello storico, ma soprattutto quella dello scrittore, che permette di far reagire la Storia con la sua nuova narrazione. E Roscio, come scrive lo stesso De Angelis, poco prima del sigillo della parola ‘fine’, «Non si rese mai conto che il suo processo aveva contribuito a mutare, in parte, il corso della Storia negli ultimi decenni della Repubblica romana». Il ‘caso Roscio Amerino’ si può considerare una di quelle anomalie del sistema, quel granellino di polvere su cui la grande macchina della Storia si inceppa ed è costretta a voltare pagina.
Perché, occorrerebbe chiedersi, proprio questa orazione? E perché, in ultima analisi, un romanzo che parla di fatti così lontani nel tempo? Si potrebbe rispondere, certamente, che la conoscenza del passato ci è sempre di aiuto. Ma leggendo la gustosa prosa di De Angelis – in cui la drammaticità dell’assassinio è miscelata con fini rappresentazioni di amori proibiti, con l’elogio tutto latino della vita campestre, con i goliardici sollazzi di benestanti alle prese con donne e donnine, e infine fa i conti con le trame politiche e narcisistiche che agitano la vicenda – ci offre il sospetto che quello iato fra il passato e il presente sia rivelazione di ben altro, e di più profondo. Non dimentichiamoci che si parla sempre di tempi bui, di tranelli che vengono certamente svelati ma che hanno il gusto del poliziesco. E non si può che dire che il dovere del critico, alla lettura di questo romanzo, non dovrebbe essere che quello di riportare il testo sotto i nostri occhi di lettori, perché esso parla di noi, è scritto per noi. Ci aspetteremmo una semplice rivisitazione della vicenda di Roscio, ma il nostro orizzonte di attesa è spostato verso una dimensione che più ci riguarda. È probabilmente per questo motivo che la nostra instabilità di soggetti bisognosi di una cartografia cognitiva che ci faccia comprendere il nostro posizionamento nella realtà diventa meno pressante di fronte all’efficacia del passato. Fermo restando che rimaniamo lettori del nostro tempo.
Un altro appunto a queste brevi note. Non deve sfuggire che la vicenda ruota attorno a un parricidio. Ci sembra un’ulteriore allegoria dei nostri tempi. Siamo certo orfani di qualcosa, eredi forse di una decadenza inaspettata, ma nello stesso tempo colpevoli di aver ucciso quel che ci ha generato. La letteratura può servire a illustrarci con dovizia la nostra condizione, a partire da una rivalutazione del sapere e dell’insegnamento che esso ci offre. La letteratura può avere un valore pedagogico. E non è un caso che ad accompagnare questo Processo per parricidio sia un paratesto che orienta il lettore e che non può che farci apprezzare di più il lavoro di De Angelis.
Infine, il testo è anche occasione di una riscoperta politica di Cicerone, del suo valore di uomo che scende nell’arena per fini civili: troppo spesso il suo nome è conosciuto più come sinonimo scherzoso di guida turistica che non come il campione per eccellenza di una disciplina quale l’eloquenza, radice lontana dell’arte della comunicazione.

Note
[1] Fredric Jameson, L’inconscio politico. La narrazione come atto simbolico: l’interpretazione politica del testo letterario, Garzanti, Milano, 1990, p. 53.
[2] Ci serviamo della nomenclatura proposta da Gérard Genette, Palinsesti. La letteratura al secondo grado, Einaudi, Torino, 1997.

Marco Gatto

(direfarescrivere, anno III, n. 11, gennaio 2007)
 
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