Anno XXI, n. 230
aprile 2025
 
In primo piano
La musica di Mozart e la sua genialità:
percorsi interpretativi di un’arte divina
A duecentocinquanta anni dalla sua morte, le note del compositore
austriaco rappresentano ancora un formidabile esempio di bellezza
di Marco Gatto
Probabilmente Wolfgang Amadeus Mozart è il compositore più famoso e ascoltato dal pubblico dei cultori di musica classica. Ma, nello stesso tempo, il suo nome è conosciuto da tutti, anche da coloro che poca attitudine hanno con la grande musica. Il mistero di questa diffusione dipende forse dal fatto che la sua figura è stata vittima di una stereotipizzazione che ha riguardato molti altri personaggi della storia e della cultura («i miti d’oggi», per dirla con Roland Barthes): Mozart è divenuto un’icona di cui il mercato si serve e il rischio è quello di vederlo trasformato in un feticcio.
D’altra parte, il 2006, che celebra i duecentocinquanta anni dalla nascita – avvenuta il 27 gennaio 1756 – del genio salisburghese, è stato e sarà ricco di nuove pubblicazioni, monografie, compact disc (ed oggettistica). E condurrà, in positivo, ad una maggiore conoscenza della sua musica. Si spera, tuttavia, che il pubblico degli ascoltatori si riavvicini all’arte mozartiana comprendendone i motivi della sua grandezza, senza rimanere intrappolato nelle immagini false di un Mozart ribelle, giocoliere, vittima di un destino misterioso, di un Mozart eterno bambino assetato di fama. Egli è probabilmente anche questo, ma non solo: è tempo che la storiografia e l’analisi delle sue musiche ci aiutino a capire meglio la sua figura, riappropriandosi del terreno su cui l’indagine deve essere condotta.

Un bambino prodigio in quel di Salisburgo...
È certamente difficile offrire, in queste brevi righe, un’immagine di quello che rappresenta l’opera mozartiana per la storia della musica. Certo è che alcuni suoi lavori si trovano in un gioco di contrapposizione e superamento dei modelli che immediatamente ci conduce a pensarli come segnali di una nuova era. Secondo le testimonianze dell’epoca, le sue musiche dovevano apparire agli esecutori spesso difficili da eseguire. Nella Salisburgo e nella Vienna della Seconda metà del XVIII secolo si suonava molto in casa, e immaginiamo che alcuni passaggi della musica da camera, che allora Mozart componeva per questi scopi (e per guadagnare), dovettero rappresentare scogli difficili da superare per gli interpreti domestici. Anche i suoi lavori operistici, a cominciare da Il Ratto del serraglio, rappresentavano qualcosa di innovativo, di lontano dalla semplicità d’ascolto delle opere di corte. Celebre è l’aneddoto (non storicamente documentato) di un Giuseppe II che, dopo aver udito, peraltro divertendosi, l’esecuzione del Ratto (16 luglio 1782), avrebbe confidato al giovane compositore di aver ascoltato «troppe note». In verità, le opere di Mozart innovavano così profondamente il genere da provocare nell’uditorio uno shock e una disarmante accettazione della novità.
L’immagine che tutti custodiamo del musicista austriaco è quella del bambino prodigio (molti interpreti, come il celebre direttore d’orchestra Karl Böhm, hanno più volte affermato la necessità di calarsi nelle vesti dell’enfant per comprenderne la musica), e tale fu Wolfgang fino a quando viaggiò per l’Europa accompagnato dal padre Leopold, passato alla storia anche per essere l’autore di un metodo didattico per violino ed eccellente musicista. Possiamo immaginare l’entusiasmo e la sorpresa di coloro che assistettero alle esibizioni del piccolo Mozart (e della sorella Nannerl): era capace di suonare a prima vista qualsiasi brano, di farne seduta stante variazioni, di trasformare anche la più semplice melodia in un’architettura superba e maestosa; era polistrumentista, dotato di un fascino e, nonostante l’età, di una maturità che ammaliavano le signore di corte. Nel suo lungo viaggio nel cuore dell’Europa, il piccolo genio di Salisburgo riscosse successo (e denaro) e il suo nome divenne conosciuto e apprezzato.
Ha ragione chi sostiene che Mozart fu prima di tutto considerato un grande pianista: lo provano non solo le sue straordinarie composizioni per questo strumento, ma anche le testimonianze dell’epoca, che parlano di prodigi, di una mano sinistra di incredibile forza e lucidità, della sfida (forse vinta) con un altro pioniere della tastiera come Muzio Clementi, e così via. Solo quando Mozart raggiunse la completa indipendenza da quella immagine, certamente veritiera, di prodigio naturale e dalla figura paterna – verso la quale nutriva rispetto e nello stesso tempo un desiderio di allontanamento –, potette dedicarsi alla composizione per trarne i benefici della fama. Tuttavia, la sorte gli fu avversa: egli non riuscì mai a confermarsi per quello che era, ovvero il più grande compositore sul mercato. Le ragioni sono molteplici ed anche storiche. Il predominio degli operisti italiani e certi organigrammi di corte, nonché l’invidia, gli proibirono i successi sperati. Vienna gli fu ostile, mentre a Praga in ogni angolo – come egli stesso scrive in una famosa lettera – si canticchiavano i motivi del suo Die Zauberflöte.
Certamente molti, all’epoca, riconoscevano la grandezza della sua opera. Eppure, Mozart venne in fretta dimenticato. Solo nel corso del XX secolo le sue musiche sono ritornate in auge, e oggi risuonano ovunque. Tuttavia, i grandi compositori che vennero dopo il 1791, anno della sua morte, non poterono ignorare la sua presenza musicale. Basti pensare a Beethoven, alle sue sonate per pianoforte, che, nate dalla lezione di Haydn, penetrano nel cuore dell’innovazione mozartiana. L’oblio in cui incorse la sua figura di uomo e di artista è forse la ragione per cui oggi non disponiamo dei suoi resti, dispersi per effetto della celerità con cui vennero sepolti (era in atto, all’epoca, una pericolosa epidemia). Resta la sua musica, restano i suoi capolavori.

La produzione mozartiana
Ludwing von Köchel ne ha catalogato le opere: per questo motivo ogni suo lavoro è accompagnato dalla famosa “K” che lo identifica seguita da un numero. L’elenco inizia con K. 1 – un Andante per pianoforte in do maggiore – e termina al numero 626 con il celebre Requiem, solo parzialmente composto da Mozart e ricostruito per intero, forse secondo appunti dello stesso compositore, da suoi allievi. Seicento ed oltre lavori in una trentina d’anni di attività: se consideriamo che Bach visse almeno il doppio e che il suo catalogo conta quasi millecento lavori ci accorgiamo che Mozart scrisse un’enormità di musica. E si impegnò in tutti i generi e su tutti i fronti, utilizzando talvolta strumenti innovativi e di recente fabbricazione (chi di voi ha mai sentito parlare del bizzarro organo meccanico per il quale Wolfgang scrisse alcuni brani?).
Spesso si trovò a scrivere più opere contemporaneamente. In alcune lettere dichiara al padre di completare quartetti, trii in meno di un’ora: Schubert ne impiegava quattro ed era di una prolificità leggendaria. Il fatto è che Mozart, dispendioso di natura, era costretto a sbarcare il lunario con le pubblicazioni e col commercio di musica di consumo immediato, per uso, come dicevamo prima, domestico. Da qui una vasta produzione di danze, musica da camera per diversi organici, serenate per fiati. E i concerti per pianoforte e orchestra – veri e propri capolavori che anticipano (e ne sono modello) gli straordinari cinque di Beethoven (si provi a confrontare il terzo, op. 37, di quest’ultimo con il K. 491 di Mozart) –, eseguiti in manifestazioni pubbliche con il compositore nella duplice veste di pianista e direttore d’orchestra. Ci furono, poi, anni in cui Mozart produsse quasi in blocco capolavori operistici e veri gioielli di musica strumentale: paradossalmente, uno di questi, fu proprio l’ultimo della sua vita.
Mozart scrisse quarantuno sinfonie, di cui si ricordano in particolare le ultime, ormai divenute celebri. Nella loro totalità rappresentano un esempio fondamentale di come la forma classica (quella delle cento ed oltre sinfonie haydniane) possa raggiungere livelli di perfezione assoluta, anche nel tentativo di innovarla continuamente. La scrittura orchestrale di Mozart è indistinguibile persino nei concerti per strumento solista ed orchestra, alcuni dei quali (quello per clarinetto scritto prima di morire, ad esempio) sono dei veri e propri gioielli.
Anche nella musica strumentale Mozart produsse una sorta di rivoluzione. Le sonate per pianoforte, dalla prima all’ultima, e le sonate per violino e pianoforte danno l’idea di quanto il genio salisburghese desiderasse innovare la tradizione sonatistica. Una sonata come la K. 310 (in cui alcuni hanno riconosciuto l’eco della recente morte della madre) dimostra come Mozart fosse capace di sviluppare gli effetti e le potenzialità della tonalità minore attraverso l’utilizzo di strutture nuove e convincenti. Oggi questa sonata è banco di prova per tutti i pianisti che vogliano penetrare nel mondo pianistico mozartiano.
È probabilmente per i suoi lavori operistici che Mozart è entrato nell’immaginario culturale come portatore di una idea nuova di musica, strumento di solidarietà umana e documento divino. Il suo Don Giovanni, su libretto di Lorenzo Da Ponte, ha alimentato la fantasia di poeti e prosatori, filosofi e uomini di scienza. In verità egli ha portato nell’opera una ventata di novità, a partire dalla sua struttura, dalla lingua dei libretti (che egli curava con Da Ponte, come si deduce dalle testimonianze), dalla capacità di caratterizzare i personaggi e di offrire un’immagine dell’uomo, dei suoi vizi, attraverso una musica che facesse però comprendere la bellezza e la straordinarietà stessa dell’arte: la musica prima di tutto, mai a servizio del protagonismo del canto, vera rivelatrice del senso ultimo.
Oggi le sale da concerto e i teatri di tutto il mondo fanno rivivere la magnificenza di un’opera che nel suo complesso rappresenta una chiave di volta per comprendere il passaggio dal classicismo al romanticismo, secondo le astratte categorie che siamo soliti utilizzare. Appare difficile incapsulare la musica mozartiana in una caratteristica estetica. Pare invece plausibile cercarne il senso guardando ad essa come uno dei prodotti più alti dell’arte umana.

Marco Gatto

Approfondimenti:

- Alfred Einstein, W. A. Mozart. Il carattere e l’opera, Ricordi, Milano, 1951;
- Wolfgang Hildesheimer, Mozart, Sansoni, Firenze, 1979;
- Massimo Mila, Lettura delle Nozze di Figaro: Mozart e la ricerca della felicità, Einaudi, Torino, 1979;
- Idem, W. A. Mozart, Studio Tesi, Pordenone, 1980;
- Bernhard Paumgartner, Mozart, Einaudi, Torino, 1945;
- Maynard Solomon, Mozart, Mondadori, Milano, 1996.

(direfarescrivere, anno II, n. 5, giugno 2006)
 
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