La ricerca d’un modello comportamentale, applicabile al pluralismo d’ambiti, nel quale l’individuo è costantemente soggetto a rapportarsi, diviene obiettivo cardine della minuziosa analisi filosofica estesa nell’opera di Javier Gomá Esemplarità pubblica (Armando editore, pp. 320, € 24,00). Un intercorrere teoretico di peculiarità note all’agire umano. Azioni distintamente corredate dalle costanti citazioni ideologiche d’esponenti filosofici, inesauribilmente discussi in un audace ed implicito confronto con le tesi esposte dall’autore. Laureato in Filologia classica e in Diritto, dottore in Filosofia e avvocato presso il Consiglio di stato, Javier Gomá è direttore della “Fundación Juan March”. D’interessante pregio le sue precedenti opere, mai tradotte in italiano quali Imitación y experiencia (2003), con cui egli ottenne il Premio Nazionale per il Saggio nel 2004, e Aquiles en el gineceo (2007). Tali testi, insieme al presente volume, Esemplarità pubblica, completano la sua trilogia sull’esperienza esistenziale.
La stesura del testo presenta un accurato discorrere sul concetto dell’esemplarità, delineata come forma espressiva individuale, circoscritta e mostrata nella situazione in cui gli attori sociali divengono manifestanti del proprio individualismo. Prevalente è l’emerger del contesto politico, loco predefinito dall’inconscio umano, dal quale lo stesso individuo mostra pretenziosità nella ricerca di modelli base dai quali si possa carpire un’esemplarità esistenziale, non tanto potenzialmente emulabile ma empiricamente adatta alle conformità dell’intero contesto sociale. Una costante esperienza comportamentale sostiene la partecipazione attiva dell’Io all’arricchimento di norme, fondamenti e solide basi che diverranno poi i capisaldi salienti della quotidianità dell’essere. Un percorso dalla logica metafisica, tendente al raggiungimento dell’esprimersi empirico e razionale in base all’emancipazione intellettuale e morale dell’agente. Un testo dai frequenti quesiti, dalle implicite risposte, estraibili dall’impeccabile capacità dell’autore d’interagire con lo stesso lettore. Un confronto tra remoto e presente con un comune tassello: l’enigma della reale liberazione personale. Il volume di Gomá presenta un iter discorsivo fondato sull’introduttivo e avvincente riferimento all’ideologia weberiana, confrontata meticolosamente con i contenuti nichilisti delle teorizzazioni ateiste divergenti alle branche filosofiche, propense all’essenzialità d’un esser supremo, oltre il razionale comune, dal quale l’esemplarità avrebbe potuto esser estraibile (capp. I-II). Un passaggio mediato da un viaggio nella storicità della paideia (cap. IV), nel quale la politicizzazione dell’individuo si sviluppa verso moderni esempi carismatici (cap. IX). Un costrutto poliedrico e multidisciplinare d’etica comportamentale.
Democrazia
Un percorso umano disciplinato da norme, precetti socialmente pseudodogmatici che convenzionano l’agire umano in un consueto universalismo opinato ed inderogabilmente discusso. Una nascita individuale dedita alla burocratizzazione dell’Io, estesa attraverso una ramificazione limitata dei suoi più naturali comportamenti partecipativi all’espressività pubblica. Un prosieguo collocato in un accrescer circoscritto nella presa di coscienza del proprio status, cresciuto in un tentativo d’acquisizione di caparbietà, di produttività e profitto economico, concretizzato da valori mortali, come la paternità genitrice d’una nuova prole, prescindendo da una tollerata base spirituale di matrice religiosa. Un’antitesi tra il profano empirico e la sacralità morale che diviene controllo dell’agire. Desiderio d’evasione dalla “gabbia di ferro” di matrice weberiana, un simbolismo sociologico dal quale si evince la disumanizzazione dell’individuo verso la sua mutabilità in una massa generalizzante e dispersiva. Un’inesauribile ricerca dell’uomo, il quale contrapponendosi alla divinità si prefigge di concretizzarsi attraverso la liberalizzazione delle proprie volontà, base fondante dell’annihilatio mundi, smascheramento concreto dell’inefficacia provvidenziale sul funzionamento sociale. Materializzazione d’un annichilimento della religiosità, colpevolizzazione accusatoria del carattere illusorio e non concretamente costruttivo, denigrante lo stesso individuo che inginocchiandosi ad essa diviene improduttivo, autocircoscrivendosi nella mistificazione dell’essere. Un perfezionismo terreno irraggiungibile, ribattezzato come “la finitudine”, il riconoscimento umano della limitatezza d’azione, pregno di diritto d’errore, giacché mai potrà esser epilogo di maestosi risultati ultraterreni. Confronto biblico tra la precarietà umana e l’illusoria Babele arcaica, un’analisi esplicita dell’invalicabile. Un netto rimedio al raggiungimento d’obiettivi socialmente costruttivi si riversa nell’atto della cooperazione, segno tangibile di quanto l’esser non sia sufficiente a se stesso. Il tutto si compone sulla tessitura d’un arguto iter di civilizzazione culturale, rivisitato dall’intellettuale Herbert Marcuse, il quale finalizza il suo pensiero alla liberazione individuale da tradizionalismi etici preponderanti, quali lavoro e famiglia, resi erroneamente obblighi universali dalla stessa umanità. La finezza marcusiana è volta raggiungimento della totale liberazione del soggetto, disinibito anche nel contesto sessuale, ove il suo arbitrale esporsi lo esenta da controllati comportamenti, precedentemente compiuti solamente in concordia con i classici protocolli sociali. La rinascita dell’Io diviene narcisisticamente libera, scioperante contro ogni forma di repressione lavorativa, giocosa e priva di vincoli, annovera il tasso d’autostima nei soggetti. Un esser eccentrici, che spesso conduce gli stessi attori sociali all’esplicazione d’una “volgarità”, termine diversamente interpretabile durante la lettura proposta da Javier Gomá: non uno sguaiato esprimersi, ma una costante ricerca d’eguaglianza sociale nel volgo espressivo delle plurime menti presenti nella società. Un passaggio obbligato per il raggiungimento della destinazione democratica, meta acquisibile solamente attraverso una paideia funzionale, mezzo efficace per far sì che si possa esser testimonianza d’una Repubblica basata sull’immediata gratificazione estetico-istintiva di validi cittadini socializzanti, cooperanti e dignitosamente istruiti.
Virtù
La formazione culturale diviene caposaldo collettivo. Lungi da prototipi d’un perfezionismo sociale, ma propensi ad un’allocazione delle risorse morali equamente spartite all’interno del contesto comunitario. Una paideia modernizzata, la quale dalla sua matrice ellenica trasmuta nell’accezione attuale, attraverso la quale l’Io abbandona il suo stadio estetico, privato, referenziale, per accedere a quello etico, regno della pubblicità della pòlis. Questo passaggio conduce alla personale costruzione di cittadino, giacché collaboratore responsabile della causa collettiva, fino al raggiungimento dell’esempio pubblico. Ciò diviene l’origine basilare del medesimo concetto d’esemplarità pubblica, esteso dallo stesso Gomá attraverso la gradualità narrante delle forme comportamentali dell’individuo socializzante. Il progresso postmoderno è stato il punto focale nel quale la normativa etica è stata trasferita a un ambito giuridico ed esterno. Tramite la teorizzazione della giustizia e dell’azione comunicativa, l’individuo abroga qualsiasi tipologia d’intromissione o raccomandazioni di virtuosismi prefissi, espressi in modelli normativi imprescindibili. La paideia subisce un’evidente e pronunciata riduzione, si plasma in un’etica pubblica, privata d’influenza sulla coscienza e sul cuore dei cittadini, limitata alla condotta esteriore di questi ultimi ed alla sua norma da parte del Diritto. L’attore sociale, oramai politicizzato nel contesto repubblicano, sceglie parsimoniosamente d’esser garante della coattività d’azione. La deferenza normativa diviene oggetto essenziale. Essa s’assume la responsabilità d’un persistente impegno nell’agire politico e, computando le proprie capacità, diviene competente tecnico dei suoi limiti e delle sue potenzialità. Codesta presa di coscienza conduce l’uomo ad un netto virtuosismo, ossia al preventivo evitar d’atti scriteriati all’interno della vita politica, la quale subisce una matura conduzione in base alle effettive competenze dell’Io. Una percorrenza esistenziale variegata di paradossali intarsi, una laicità individuale, basata su criteri civici non provvidenziali, ma che spesso subisce comunque la contrapposizione usuale d’una religiosità incalzante. Quest’ultima avventandosi sulle normative civili dell’umanità si pone in contrasto con la lex umana, aspetto analizzato dall’assetto ideologico di Alexis de Tocqueville, il quale enuncia il fatto che, seppur la legge consenta un determinato grado di libertà d’azione, la religiosità, in contemporanea confuta ciò, maturando impedimenti in un discutibile proibizionismo. La collettività subisce molteplici limiti nel suo tentativo d’intraprender la conoscenza d’imminenti orizzonti esistenziali. La necessità del legiferare umano si concentra in una palese antitesi, basata sul dualismo a confronto tra razionalità civica ed eticità religiosa. La legge di per sé non sarebbe mai un avallo di virtuosismi umani, ma si mostrerebbe tuttavia capace di formare una moltitudine di cittadini moderati in ragionevolezza e previdenza, attraverso la padronanza di se stessi. Seppur essa non condurrebbe senza intermediari alla virtù attraverso la volontà, si avvicinerebbe impercettibile attraverso i costumi. «Leges sine moribus vanae», Orazio menziona tale problema, puntualizzando il fatto che le leggi in assenza di costumi divengono vane e fallimentari, giacché non sarebbero sufficientemente utili a dissolvere tutte le funzioni politico-costituzionali svolte all’interno della pòlis dall’unico potere resistente e duraturo del popolo ( the cake of custom di Walter Bagehot). La virtù dell’agente politico si erge nel decorum, ovvero nell’uniformità del suo intero arco esistenziale ed in ciascuna delle sue condotte, prerogativa preceduta dai virtuosismi terzi della classicità politica, quali saggezza, magnanimità e giustizia, modelli pedagogici del buon governo.
Esemplarità
La decadenza del sistema aristocratico procede all’abbattimento delle barriere disgregatrici, capitolanti dinnanzi all’impulso livellatore ed espansivo della comune dignità dell’uomo. Fenomenologia storica, risalente all’ascesa del parlamentarismo verso la fine del XIX secolo e gli inizi del XX. Contesto epocale in cui si osserva la ramificazione costante di lampanti personalità élitarie, circoscritte in vagliate minoranze carismatiche di stampo oligarchico e dirigenziale. Una classe dirigente destinata ad una metodica delegittimazione. La sostituzione oligarchica avviene in virtù del fatto che si manifesta l’introduzione d’un modello sociale, equamente e collettivamente incline all’eguaglianza della massa. Preponderante diviene il sensus communis, non esercitato a titolo personale ma in nome di una comunità idealizzata nell’insita comunione di modelli esemplari, non rari bensì comuni e frequenti. L’eccellenza del prototipo dimostrativo, dal quale trarre concreti spiragli emulativi, declina in una perdita imitatoria, oramai remota ed incompatibile con l’odierno trapasso epocale. L’exemplum è considerato utile per incentivar la massa a condotte edificanti e d’ammirevoli abitudini, ma esso non dovrà mai prevaricar la collettività partecipativa alienando il tentativo di crescita e specializzazione dei restanti individui sociali, i quali svolgono un tirocinio esistenziale progressivo, volto al raggiungimento d’un proprio status di pubblica utilità all’interno della comunità. S’aboliscono gli “imperativi coercitivi”, attraverso i quali la deludente società oligarchica si poneva in poderoso protagonismo insano, vantando un modello imprescindibile d’esemplarità inopinabile ed indiscutibile. La costante presenza pubblica degli attori sociali, attivamente presenti nel contesto politico, oltre alla routinaria visibilità, presenta implicitamente un arduo dovere di rappresentabilità e responsabilità dinnanzi alle speranze di quei terzi che riversano in loro costanti aspettative. Ergo l’Io politico non agisce più per un suo personal pregio, bensì per la comune ragion d’esser tale, capacitandosi di provvedere al bene collettivo. Punto focale presente anche nelle odierne monarchie, le quali, per quanto siano un fenomeno apparentemente collocabile ai remoti regimi assolutistici, empiricamente sono attinenti alla domanda sociale, proporzionalmente alla crescita intellettuale della massa, la quale non si mostra totalmente più subordinabile all’esemplarità regnante coercitiva ed arbitraria.
Enrica Meloni
(direfarescrivere, anno VII, n.69, settembre 2011)
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