«All’emicrania, ai crisantemi e alle macellerie, preferisce la poesia in qualsiasi sua forma», questa l’originale immagine che dà di sé Gianmarco Busetto, giovane poeta, regista ed attore veneziano, fondatore della compagnia teatrale “FarmaciaZoo:E’”. Le forme della poesia, a cui egli dedica la sua ricerca umana ed artistica, sono molteplici e potenzialmente infinite. Incontenibili, sconvolgenti e stravaganti sono quelle esposte dall’autore in una raccolta di quaranta frammenti poetici che mettono in scena il caos della modernità, il germe del fallimento innato nei nostri desideri di ribellione: Le usanze dei rivoluzionari ai tempi del coma (Equilibri, pp. 96, € 9,00).
La ricerca poetica
In questo interessante esperimento in versi, l’autore propone un’esposizione lucida, in quanto cruda e disillusa, semplice e brillante, delle nostre quotidiane manie ed utopie, nel tentativo disperato di estrapolarne della poesia, perché «da qualche parte dovrà pur esserci della poesia in tutto questo».
È tale la sfida insita nell’indagine poetica di Busetto: ricerca di senso attraverso un flusso di pensieri apparentemente insensati, ricerca linguistica attraverso parole private di significato. Il primo passo è dimenticare le convenzioni, svuotare di contenuto sia i pensieri che le parole, e cercare il valore che hanno per ognuno di noi.
Esplorare con coraggio la realtà, immaginando il lato poetico delle cose, può rivelarsi un lavoro sporco e pericoloso, se non si è pronti al peggio: «Non guardiamoci dentro o troveremo il vuoto». Se non si affronta questo passo con la convinzione che «vuoto è tutto ciò che può essere riempito».
Perseguendo una linea poetica rivoluzionaria, nel triste tentativo di «sublimare il dolore di un’assenza con il cognac e la poesia», l’autore gioca sulla dualità dell’esistenza, ricercando improbabili accostamenti e nuovi stimoli motivazionali, dato che «i fiori della rivoluzione si sono ormai ridotti a sterili invettive contro i luoghi comuni».
Struttura e contenuti
Sarcastico e graffiante, il poeta accompagna per mano il lettore sull’orlo del precipizio, mettendolo di fronte ai paradossi dell’esistenza, ai compromessi che siamo giornalmente costretti ad affrontare: «quel che è perso è perso, se vuoi riaverlo, / devi chiamarlo con un altro nome». È una poesia ironica ed evocatrice, quella di Busetto, piena di suggestioni letterarie e musicali ma anche ludiche, gastronomiche, carnali ed emozionali.
Le forme espressive prescelte sono quelle più stridenti: opposizioni, metafore ed accostamenti assurdi, ma anche la formula dell’elenco. Con irriverente spregiudicatezza, l’autore si diverte a snocciolare bizzarre liste di ciò che siamo e ciò che non siamo, di ciò che potremmo essere e di ciò che non saremo mai. Una grafica composita ed una struttura imprevedibile inseguono il ritmo incalzante dei pensieri, interrotto a volte con improvvisa semplicità da lampi di assoluto sconcerto. Al monologo si alternano frasi spezzate e sconnesse, intervallate a volte da brevissimi frammenti di dialogo, sempre di coppia, sempre lui e lei uniti e divisi dalle parole.
L’atmosfera rassegnata, che sembra pervadere molte delle poesie della raccolta, pare rarefarsi per lasciar posto ad un anelito di speranza nelle ultime liriche, come nella tenera Je ne regrette rien, in cui si mescolano memoria e futuro, desiderio e volontà di cambiamento: «D’altronde mio caro. Mi dissero. / Pure ad Hiroshima oggi nascono i fiori».
Gli «Ostaggi della contemporaneità»
«Siamo incidenti che aspettano solo di capitare. / Attendiamo la ruota forata per dare scacco alla puntualità, / la febbre per voltare le spalle al quotidiano, / il lutto per giustificare il pianto, / la carestia per liberarci dall’opulenza e / la catastrofe come solo stimolo per un’obiettiva autoanalisi».
Questi versi sono esempio del coraggioso esame interiore compiuto da Busetto. Come staccandosi da sé per guardarsi meglio dentro e tutto intorno, egli smaschera le debolezze ed i paradossi dell’umanità contemporanea. Toccando questioni politiche, religiose, sociali, mediatiche ed economiche, queste poesie restituiscono l’esatta percezione di una società in costante decadenza: «vittime della pazienza, soggiogati dall’agio, / siamo il contrario di tutto». Privi di un’adeguata coscienza individuale, cresciuti tra i miti di Debussy e Mazinga, oggi siamo «alberi che aspettano di cadere solo per poter ricordare la propria maestosa grandezza».
A spezzare il freddo rincorrersi delle ovvietà quotidiane, come una raffica di scirocco, come una sferzata di consapevolezza, arriva ogni tanto la poesia. Quella di Busetto interviene a rivelarci una realtà che facciamo di tutto per dimenticare, che ci sforziamo di non vedere, che a volte ci ostiniamo a chiamare con un altro nome: «Gesù Cristo scelse / liberamente la propria passione, / noi, la nostra, continuiamo / a crederla privilegio».
Agata Garofalo
(direfarescrivere, anno VII, n. 64, aprile 2011)
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