Quando l’insoddisfazione cresce, spesso genera la rivoluzione, così gli animi più sensibili e le personalità coraggiose lasciano un’impronta nella Storia, attraverso l’arte, la poesia, la musica o altro ancora. Questo è ciò che accadde negli Stati Uniti dopo la metà degli anni Quaranta, quando due anime, contrapposte e “simbiotiche”, si incontrarono. Due individui talmente diversi, quali Charlie Parker, più noto come Bird Yardbird, un genio del jazz, emblema di un nuovo genere musicale, il bebop, che, oltre a essere espresso con la musica, rappresentava un vero e proprio modello di vita, privo di regole o limitazioni; e Dean Benedetti, al secolo Dino Alipio Benedetti, figlio di immigrati italiani, un uomo misurato e tenace, che fece del jazz, o meglio della scoperta del talento di Bird, la sua ragion d’essere. È grazie all’ossessione di Benedetti, il quale seguiva Parker come un’ombra ovunque suonasse e ne registrava ogni singola nota, che oggi possiamo conoscere e apprezzare la genialità e la dolcezza del grande jazzista, che sarebbero altrimenti andate perdute, poiché Bird non mise mai per iscritto le proprie idee musicali.
Nel suo ultimo romanzo, Il ladro di suoni (Fandango, pp. 156, € 15,00), Vittorio Giacopini tenta di ricostruire la passione che spingeva Dean a catturare la musica innovativa di Bird. Ognuno dei tredici capitoli, compreso l’epilogo, è introdotto da frammenti tratti da L’ombra di Hans Christian Andersen che, come ricorda l’autore, conferiscono al libro quello sfondo fiabesco che introduce e metaforizza i toni cupi e duri di un mondo che dopo la guerra aveva perso ogni illusione e disincanto, dove giovani uomini trovavano riparo nel buio della notte e nello stordimento delle droghe.
Nato a Roma nel 1961, Vittorio Giacopini, già collaboratore della rivista Lo straniero, è autore di diversi libri tra i quali: Scrittori contro la politica (Bollati Boringhieri editore, 1999), Una guerra di carta. Il Kosovo e gli intellettuali (Eleuthera, 2000), Viaggiatori senza biglietto (L’ancora del Mediterraneo, 2001), Fuori dal sistema. Le parole della protesta (Minimum Fax, 2004), Al posto della libertà. Breve storia di John Coltrane (Edizioni e/o, 2005) e il romanzo Re in fuga. La Leggenda di Bobby Fischer (Mondadori, 2008), vincitore del Premio Letterario “Giovanni Comisso”.
Con Il ladro di suoni ci propone un testo seducente, scritto con un linguaggio diretto e privo di fronzoli, a tratti tagliente per quanto reale, un libro che ha il “sapore” della musica e la nostalgia dei tempi andati. Un linguaggio pulito e una conoscenza approfondita dei personaggi permettono una lettura piacevole e mai banale. È un testo che, allo stesso tempo, introduce i principianti al mondo del jazz e ne celebra gli ammiratori più incalliti.
Il “missionario” del jazz
Dean Benedetti, nato il 28 giugno 1922 a Ogden (Utah, Stati Uniti), era un bambino di una pacatezza mortale. Nessuna passione e nessun talento animavano la sua infanzia; anche a scuola non si sprecava mai, convinto che le regole del quieto vivere si acquisissero per strada: da subito, infatti, imparò la prudenza, l’arte di arrangiarsi e di evitare i guai. Come tutti gli stranieri era visto come un “alieno” e quel soprannome, “l’italiano”, era un marchio che voleva togliersi, desiderava uniformarsi agli altri per trovare se stesso: «Saper vivere significa adattarsi ad un territorio segnato; mimetizzarsi».
Dean era un ragazzo molto alto e possente, eccelleva nel baseball e nella pallacanestro. La sua indole, invece, era molto fragile: era taciturno, non scriveva mai i suoi pensieri e misurava le parole, credeva che il silenzio fosse chiarificatore e sperava che, da qualche parte, potesse esistere un modo diverso di comunicare. Come per molti filosofi, per lui le parole erano armi che portavano confusione e che allontanavano dalla verità. La sua fisicità cozzava con la sensibilità di artista: «Non assomigli mai alla tua immagine interna, più segreta».
Col passare del tempo, esplose in lui la voglia di andar via, una sorta di fuga/salvezza. Gli anni trascorsi a Montello, nel Nevada, lo avevano sfiancato, persino lo sport non lo entusiasmava più, la musica era diventata la sua musa. Quando cominciò l’università, prese a suonare da autodidatta e, ascoltando il sax di Coleman Hawkins, fu “rapito” dal jazz. Dal matrimonio sbagliato con Beverly Knox, che lo portò a Los Angeles, Dean scoprì «di avere un talento naturale per scovare il talento e suscitarlo», come scrive lo stesso Giacopini.
Nel 1943 formò la sua band, i Dean Benedetti’s Baron of Rhythm, ma l’evento che mutò la sua intera esistenza giunse nel 1945, quando conobbe Charlie Parker. Con lui arrivarono il genio e la sregolatezza insieme: l’amore di Dean per il jazz si trasformò in ossessione, e registrare ogni singolo assolo di Bird diventò la sua missione. Quei nastri, che erano ritenuti il Santo Graal del jazz, furono lasciati al fratello Rigoletto, detto Rick, e pubblicati poi in un prezioso cofanetto dalla Mosaic Records. Purtroppo nel 1949 Dean accusò i primi sintomi della myasthenia gravis, una patologia che distrugge irreparabilmente i tessuti muscolari. Fu allora che decise di tornare a Torre del Lago con la sua famiglia per curarsi, e fu a causa della malattia, che lo rendeva lentissimo, che i suoi compaesani lo chiamavano “bandolero stanco”. Pur logorato dal male, si dedicò alla musica incessantemente, sino alla fine, scrivendo arrangiamenti per altri artisti, tra cui Renato Carosone.
Dean Benedetti aveva un progetto ambizioso: voleva condensare un pensiero musicale che andava da Igor Stravinsky a Charlie Parker, dalla musica colta del Novecento al bebop. Consapevole di essere stato testimone di un momento storico e musicale unico e irripetibile, e afflitto dal rimpianto di non averlo potuto assaporare nella sua interezza, morì il 20 gennaio 1957 all’età di 35 anni, come il suo idolo Bird.
Charlie Parker, tra le ali del jazz
Charlie Parker nacque a Kansas City nel 1920 e le poche notizie che si hanno della sua fanciullezza lo descrivono come un ragazzo ribelle, incurante delle regole e dell’importanza di una buona istruzione. Crebbe per strada, conoscendo i rischi e le cattive amicizie che ne derivavano. Il suo più grande amico fu un sassofono alto, che riusciva a suonare con una destrezza e con una bravura che incantavano chiunque lo ascoltasse. I suoi virtuosismi partivano dalla capacità di improvvisazione, ed è grazie a un apporto di musica afroamericana alle radici dello swing e del blues, che Bird creò un nuovo genere: il bebop.
Un impareggiabile talento caratterizzava l’arte di Charlie Parker, la sua musica toccava l’anima, era un solista originale e straordinario, il suo jazz non poteva essere emulato, poiché frutto di una visione unica e privata della vita.
Era il 1945 quando conobbe Dean Benedetti, e sin dalle prime parole Bird rivelò la sua natura ironica e sensibile. Ben presto i due divennero amici e confidenti, per certi aspetti l’uno fu il sostegno dell’altro, ma entrambi erano accomunati dall’amore per il jazz, una musica che non si può suonare da soli e che è specchio del proprio vissuto. Nel 1946 Bird fu rinchiuso a Camarillo in un ospedale psichiatrico, evento che lo segnerà per il resto della vita. Col tempo però, i due amici si allontanarono, fino a perdersi completamente. Bird era un uomo che viveva di eccessi, un tossicodipendente che, quando era a corto di denaro, ripiegava sull’alcol. La sua esistenza oscillava tra il successo e la sregolatezza, ed è a causa di ciò che morì la sera del 12 marzo 1955, all’età di 35 anni. La sua morte lo consacrò mito del jazz.
«L’ombra e il suo padrone»
«Un brivido soffocato attraversava le terminazioni nervose della grande città e dai cupi quartieri della periferia, dalle strade arrampicate sulle ripide colline a nord del parco, dal ventre più umido e scuro di Manhattan, legioni di zombie si destavano dal torpore per dirigersi stancamente verso il carosello della 52esima, in silenzio». Queste righe dell’autore ci regalano lo scenario in cui immaginare le vite di Bird e Dean, i luoghi in cui la strana coppia di amici si era formata, l’italiano altissimo, con la pelle d’avorio e scintillanti occhi neri, e il rude jazzista, con la pelle scura e il sorriso sgangherato. L’uno era molto loquace, amava parlare di tutto, si infervorava per ogni cosa e adorava tenere banco; l’altro, dal canto suo, era un ottimo ascoltatore, sempre attento a captare ogni cosa. Charlie Parker, ritenuto da alcuni il padre del bebop, aveva una schiera di fedeli ammiratori, che insieme a lui sostenevano la causa che vedeva contrapporsi due “fazioni”: da una parte gli hipster, gli anticonformisti, e dall’altra gli square, i borghesi.
New York, capitale del jazz, ospitava la nuova generazione, che, come spesso succede, doveva distinguersi dalla precedente spezzando ogni riverente perbenismo. In questo Bird eccelleva: vizi, eccesso ed egoismo erano i suoi comandamenti, e tutti i suoi fan, Dean in testa, emulavano il loro mito per sentirsi più vicini a lui. È durante una delle loro lunghe passeggiate, alla fine di un’esibizione, nel cuore della notte, quando il buio livella ogni cosa e accorcia lo spazio, che Bird rivela al suo amico e più grande fan il proprio credo: «La musica non è tecnica, è la vita; se non vivi non hai niente da dire, o da suonare». Queste parole falciarono le poche certezze di Dean: la sua esistenza così vuota, fatta di musica rubata e inettitudine, fluiva solo di riflesso. «Bird, Yardbird: uccello, anzi pollastro, comune gallinaccio da cortile», indossava perennemente i panni del passionario per strada e del musicista ieratico sul palco. Per l’italiano stargli accanto era uno stimolo, percepiva, comunque, che Charlie lo stava trascinando nel suo baratro, ma l’ossessione di Dean per il jazz di Bird era tale che divenne un collezionista.
«Qualsiasi collezionista – scrive Giacopini – vive nel terrore più integrale. Il timore di lasciarsi sfuggire quello che non potrà più tornare: il momento di grazia, la luce, l’invenzione geniale, l’evento. È una lenta e sottile nevrosi; un’assurda coazione a ripetere. Non puoi perdere niente, distrarti. Non puoi mai stare da un’altra parte». «Quando incide Lover Man, Charlie Parker è al vertice della sua arte e sul bordo di un precipizio, in piena crisi. È una musica fatta di puro dolore, senza lampi e allegria, senza nessuna gioia. Un canto che si strozza e diventa un assurdo singhiozzo, sordo e costipato. Bird parla dal fondo di un abisso come uno che cerchi una via di fuga, la luce sottile di una feritoia, l’apertura di uno spiraglio».
Il ladro di suoni era ipnotizzato dalla musica di Parker, per lui era una voce che gli parlava costantemente, così, registrandola e ascoltandola centinaia di volte, credeva di poter decifrarne il “messaggio” e comprenderne la coscienza. Col successo europeo Bird si imborghesì, e i due amici, tanto cambiati, si persero. «Tra il 6 e 11 luglio del 1948 […] Dino Alipio Benedetti […] registra per l’ultima volta Charlie Parker e si congeda dal mondo senza annunci e clamore, nel mutismo». Ormai lontano dalla sfavillante America che tanto aveva amato, Dean muore e non a caso possiamo dire che “mise” la sua vita dentro i nastri di Charlie Parker.
Daniela Vena
(direfarescrivere, anno VI, n. 60, dicembre 2010)
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