Si dice sempre il peccato e mai il peccatore: lo scorso ottobre un certo “governatore” di una certa regione italiana – ma perché i giornalisti scimmiottano a tutti costi la terminologia anglosassone? Nel nostro paese l’unico governatore esistente sotto il profilo istituzionale è quello della Banca d’Italia… in realtà stiamo parlando del presidente di una giunta regionale – è stato costretto a dimettersi e a rifugiarsi in un convento di clausura, in quanto travolto dalla tempesta mediatica suscitata da certe sue frequentazioni, come dire, piuttosto trasgressive rispetto a quelle abitualmente percepite come normali dall’opinione pubblica.
Pur restando dell’idea che un amministratore pubblico debba essere giudicato sulla base del proprio operato, e non su quella delle sue abitudini sessuali – e, ciononostante, consapevoli che un personaggio che firma assegni a una banda di squallidi ricattatori non è assolutamente idoneo all’esercizio di una pubblica funzione, proprio perché vulnerabile in quanto ricattabile –, ci sembra doveroso riflettere sul termine che sta alla radice di tutta questa baraonda politica, mediatica, sociale e culturale: il magico prefisso trans.
Al di là dei confini terreni e… ultraterreni
Prima di tutto, da dove deriva? Dal latino trans, che significa oltre, al di là. Infatti, nella geografia, transalpino significa al di là delle Alpi; transcaucasico si riferisce a qualcosa che attraversa il Caucaso; transpadano vuol dire a nord del Po (nel 1796 il generale Bonaparte proclamò a Milano l’effimera Repubblica Transpadana); con il termine transcontinentale si indica invece qualcos’altro che attraversa un continente; transnazionale, che supera i confini statali; transoceanico, che oltrepassa gli oceani; transiberiano, come la mitica ferrovia inaugurata all’alba del Ventesimo secolo, dagli Urali a Vladivostok; transeunte, che passa, che è destinato a finire (come certe carriere politiche…); transfuga, invece, indica chi diserta e passa al nemico. Secondo un “autorevole” ex parlamentare recentemente protagonista della trasmissione L’isola dei famosi, un terzo dei membri della Camera dei deputati della Repubblica italiana frequenta, o ha in passato frequentato, dei transessuali (un vero e proprio partito transversale, pardon!, trasversale).
Per transatlantico, infine, s’intende una nave per passeggeri, grande, lussuosa e veloce, come il Titanic. Infatti per quel certo governatore entrare nel monolocale di via Gradoli (un indirizzo fatale non solo per lui, purtroppo: ricordate il caso Moro?) per incontrarsi con un certo transessuale (un mese dopo trovato carbonizzato in quello stesso luogo) è stato come imbarcarsi sul Titanic alla vigilia della catastrofe.
Spostiamoci ora, con la dovuta cautela, su un terreno minato come quello teologico: ecco la parola transustanziazione che significa «conversione totale della sostanza del pane e del vino nella sostanza del corpo e del sangue di Cristo in forza della formula di consacrazione dell’ostia». Nulla d’irriverente, per carità: nessuno intende mischiare i ripugnanti ricattatori di via Gradoli con la millenaria autorevolezza della liturgia apostolica romana. Il fatto è che il nostro caro governatore, al fine di poter ricevere il sacramento della comunione, ha avuto la brillante idea di chiedere perdono per i suoi peccati capitali (vedi voce lussuria) direttamente a Sua Santità Benedetto XVI (da quando in qua le confessioni sono pubbliche? Perché il suddetto non ha discretamente esternato il suo pentimento a un qualsiasi sacerdote cattolico? A Roma forse mancano gli alloggi popolari, ma le chiese e i confessionali sicuramente no…). Il papa, probabilmente, non ha troppo tempo da perdere per correre dietro a certe pecorelle smarrite: la Chiesa apostolica romana si trova ad affrontare ben altri problemi, tuttora irrisolti. Vogliamo citarne uno? L’alluvione di stupri perpetrati da preti pedofili nei collegi religiosi d’Irlanda, nascosti per decenni da una vergognosa cortina fumogena. Joseph Alois Ratzinger è intellettuale di immenso prestigio, spesso scomodo nella sua coerenza: un antagonista ideale per qualsiasi dibattito tra fede e laicità. Ma ci sia consentito anche sottolineare come la ricattabilità fondata su preferenze sessuali non approvate dall’ortodossia vaticana costituisca comunque un fenomeno difficilmente conciliabile con un concetto pieno e autentico di democrazia liberale, in cui, sia pure con una notevole dose di disillusione, continueremo sempre a credere.
Mitologia del transessuale: da Tiresia a Nicole Kidman
Bene, passiamo ora al termine più significativo (e significante) dell’intera nostra rassegna, e cioè transessuale: si parte dalla più remota antichità, da un episodio della mitologia greca. Narra Ovidio nelle Metamorfosi che Tiresia, vedendo due serpenti che si accoppiavano, ebbe la malaugurata idea di colpire la femmina (ma perché non si è fatto gli affari suoi lasciando che i due rettili copulassero in santa pace?), e all’istante si ritrovò trasformato in una donna piuttosto attraente («Decque viro factus mirabile foemina»). Superato il panico iniziale, Tiresia fece in fretta a farsene una ragione, e per sette anni sperimentò tutti i piaceri che poteva offrire la sua nuova identità sessuale: dopodiché rintracciò di nuovo la fatidica coppia di serpenti (chissà come avrà fatto… mica gli avevano lasciato l’indirizzo o il numero di cellulare) e stavolta colpì il maschio, ridiventando uomo. Chiodo scaccia chiodo… Ma non finisce qui: interpellato da Era, la regale consorte di Zeus, su chi fra uomo e donna provasse più piacere nel coito, Tiresia rispose, con estrema sincerità (e autorevolezza, avendo trasmigrato da un sesso all’altro, e sentito quindi entrambe le campane), che il piacere provato come donna era risultato assai maggiore. La stizzosa e iraconda signora dell’Olimpo s’indignò udendo tale risposta, e punì il malcapitato tebano accecandolo: come consolazione Tiresia ottenne da Zeus il dono della preveggenza. Di Tiresia si è occupato anche il sommo Dante nel Canto XX dell’Inferno, schiaffandolo nel girone dei fraudolenti (la pena inflittagli è quella di camminare all’indietro, contrappasso dell’empia negromanzia divinatoria che osa scrutare nel futuro):
«Vedi Tiresia, che mutò sembiante
quando di maschio femmina divenne,
cangiandosi le membra tutte quante;
e prima, poi, ribatter li convenne
li duo serpenti avvolti, con la verga,
che rïavesse le maschili penne».
Comunque, al di là delle leggende della Grecia antica e della fantasia poetica dantesca, il primo uomo a trasformarsi in donna, insomma, il primo autentico transessuale della storia umana, fu Mogens Einar Wegener, pittore danese nato nel 1882 e morto nel 1931. Sua moglie Gerda, anche lei pittrice, amava raffigurare il marito nei suoi dipinti con abiti femminili. Einar finì per assumere il nome di Lili Elbe, e nel 1930 decise di sottoporsi a un’operazione chirurgica per cambiare sesso: all’epoca solo la Germania weimariana stava sperimentando la conversione sessuale, sotto l’egida di un luminare della scienza medica, il sessuologo Magnus Hirschfeld. Nell’arco di due anni, Einar/Lili si sottopose a cinque operazioni consecutive: quando entrò per la quinta volta in sala operatoria per tentare (piuttosto temerariamente) un trapianto dell’utero, il suo destino era segnato: morì tre mesi dopo, quasi sicuramente a causa di un’ennesima e fatale crisi di rigetto. La vicenda ha ispirato nel 2000 lo scrittore americano David Ebershoff per il romanzo The danish girl, e ha offerto spunto a una trasposizione cinematografica di Lasse Hallström, prevista per il 2012, in cui Nicole Kidman interpreterà Einar/Lili
Miscellanea: zapping da un trans all’altro
Transeat: termine latino che significa sia pure, si conceda, si può ammettere. Che un uomo chiamato dagli elettori ad amministrare una delle regioni più importanti del paese si presti a certi ignobili ricatti, non si può ammettere. Transenna: parapetto di tavole di marmo artisticamente traforate e intarsiate, che divide il presbiterio dalla navata, per lo più nelle chiese di stile bizantino e paleocristiano. Oppure barriera provvisoria elevata in luoghi pubblici per regolare il traffico: se qualcuno avesse transennato la propria irrefrenabile libidine, sarebbe tuttora il riverito amministratore di una cospicua fetta del paese… Transetto: la navata trasversale delle chiese con pianta a croce latina. Diavolo e acqua santa: è pur vero che quel certo amministratore defenestrato si è rifugiato in un edificio religioso, dove potrebbe anche esserci un transetto. Dai transessuali al… transetto.
Transigere: accomodare con reciproche concessioni, specie liti giudiziali o controversie. Oppure essere arrendevole, cedevole. Purtroppo qui qualcuno ha ceduto un sacco di soldi… in cambio del silenzio di qualcuno/a poi messo/a definitivamente a tacere. Quanto poi agli intransigenti: il nostro paese ne trabocca. Onorevoli che tuonano: «I Pacs? Dovrete passare sul mio cadavere»… e poi se li stipulano per conto loro. Transistor: dispositivo a semiconduttori che consente l’amplificazione di correnti e tensioni elettriche: le televisioni pubbliche e private sono i nostri transistor che amplificano sia le tensioni che l’allarme sociale, sistematicamente. Ogni giorno nove notizie su dieci sono di cronaca nera, si snocciola il bollettino dei decessi a causa dell’influenza A, dei morti sul lavoro, dei morti sulle strade, dei morti ammazzati, dei suicidi e delle anteprime di Chi l’ha visto?, vere e proprie incubatrici di angoscia esistenziale.
Trans. L’orgia del potere
Concludiamo tornando a quel fatidico significato originario del termine trans: andare oltre… Che il povero governatore caduto in disgrazia si sia spinto al di là di un certo confine che sarebbe stato meglio non valicare è una constatazione fin troppo ovvia.
Premettendo che qualsiasi riferimento a fatti o persone reali non è casuale ma volontario, come appare nei titoli di coda del vecchio film di Costa Gavras Z. L’orgia del potere (1969), possiamo tranquillamente ripescare il titolo di questo classico del cinema per etichettare la vicenda in questione, riformulandolo come Trans l’orgia che travolse il potere).
Guglielmo Colombero
(direfarescrivere, anno VI, n. 55, luglio 2010)
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