Anno XXI, n. 230
aprile 2025
 
La cultura, probabilmente
Il Medio Oriente dei cruciali anni Venti
narrato da un avventuriero d’eccezione:
Dos Passos, l’autore de Il 42° parallelo
Dalla Turchia alla Siria passando attraverso il Caucaso e l’Iran,
l’autore americano compila un diario sincero e mai pedante
di Francesco Cisternino
Le parole Orient Express fanno venire in mente una linea ferroviaria di qualità diretta oltre i Balcani, un trattamento di gran lusso con scompartimenti comodi e puliti e una carrozza ristorante che offre cibi succulenti. Quanto ai passeggeri, è facile immaginare tra loro scrittori e giornalisti, coppie in viaggio di nozze e diplomatici di vario rango. E si rimane sorpresi nello scoprire che in Orient Express (Jonathan Cape, 1928) John Dos Passos (1896-1970) prima si lamenta delle cimici che gli saltano addosso di notte e resistono a qualsiasi insetticida, poi della sporcizia della vettura in cui riesce a infilarsi (il vagone postale, peraltro) e infine delle mosche, con le quali si trova a spartire le fette dei meloni comprati nelle fermate intermedie. Quanto alle conversazioni di viaggio, le memorie del medico persiano che rimpiange la Mademoiselle rimediatagli dal portiere di un albergo tedesco non sono proprio le chiacchiere da treno che si sarebbero potute fare con Agatha Christie, o Harold Nicolson se preferite i diplomatici alfabetizzati.
La ragione è questa: il titolo del libro è sì Orient Express, ma del viaggio sulla linea – creata nel 1868 da un imprenditore belga e operante nella tratta tra Parigi e Istanbul – l’autore ci dice pochissimo. Appena cinque pagine, comprensive peraltro di dettagliate note sulla sosta a Venezia. Ma allora su quali altri mezzi viaggia John Dos Passos, e che cosa contengono le restanti duecentodiciassette pagine?
Un'ampia rassegna di memorie, annotazioni, dicerie e anche qualche delirio compongono questo resoconto di un viaggio compiuto tra il luglio e la fine di dicembre del 1921. Un'avventura faticosa, movimentata ma non epica (aggettivo che spetta alla traversata di Charles Doughty, e a pochissime altre), nella quale un autore americano emergente con due romanzi all'attivo, One Man’s Initiation-1917 (1920) e Three Soldiers (1921), si addentra nel Medio Oriente come prima di lui avevano già fatto Mark Twain e Herman Melville.
Orient Express uscì in prima edizione per Harper & Bros nel 1927, ben sei anni dopo che un breve articolo di Dos Passos su Istanbul era stato pubblicato dal New York Tribune. Oltre al diario di viaggio, nel testo vennero curiosamente inclusi un saggio di Dos Passos su Blaise Cendrars e alcune traduzioni originali delle sue poesie. Poco dopo il volume comparve sul mercato britannico nella collana The traveller’s library per i tipi di Jonathan Cape e William Heinemann (London, 1928). Non è mai stato tradotto in italiano.

Istanbul è in mano alle potenze vincitrici
L'inizio è a Istanbul. Dos Passos alloggia al Pera Palas, affacciato sul Corno d'Oro dal lato asiatico della città, a due passi da Grand Rue de Pera (oggi Istiklal Caddesi, viale dell'Indipendenza). Negli anni Venti è la via della gente che conta, in cui si concentrano negozi alla moda, ambasciate europee, chiese ed edifici residenziali. Il giovane scrittore rimane affascinato dalla moschea del Sultano Beyazit II nei pressi del Gran Bazar, scruta incuriosito gli uomini con barba e turbanti bianchi che discutono seduti all'ombra, frequenta locali di vaudeville pieni di donne avvenenti (russe, ovviamente) e apprezza lo shish kebab. Non sfuggono ai suoi occhi i poveri rifugiati russi, uomini dell'Armata Bianca di quel generale Wrangel che non era riuscito a rendere duraturo il governo russo in Crimea nel 1920. Tanti anche i questuanti in circolazione, perché la Turchia è uscita in pessime condizioni dal primo conflitto mondiale e i poveri non si contano. L'alleanza dei Giovani Turchi con gli imperi centrali si era rivelata una scelta cattiva, le potenze vincitrici avevano poi preso il controllo del paese, l'Armenia era ritornata indipendente e il Kurdistan era divenuto autonomo. Non bastasse tutto questo, il 15 maggio 1919 la Grecia aveva provato il colpo grosso: approfittare della debolezza turca per riprendersi militarmente Smirne, l'intera Anatolia e la Tracia Orientale con il supporto delle potenze occidentali. Ma Mustafa Kemal, militare di prestigio che si era distinto nella difesa di Gallipoli contro gli inglesi nel 1915 e nelle operazioni sul fronte siriano nel 1916-17, nel giro di quattro giorni aveva organizzato una difesa con lo scopo di cacciar via greci e armeni una volta per tutte. Ci riuscirà.
In queste pagine Dos Passos non fa il cronista. Fornisce opinioni e racconti, dà notizie sul via vai di militari francesi, inglesi e italiani, riporta le conversazioni ascoltate che già parlano di massacro a danno degli armeni, raccoglie i timori greci e i commenti contro Kemal che qualcuno dà per spacciato; ma pochissime volte espone i fatti dall'inizio alla fine. Quando descrive un misterioso attentato ai danni di un uomo del Commissariato per gli Affari esteri azero ucciso da una spia bolscevica armena, l'azione rocambolesca ci fa pensare a pura fiction.

I russi si fanno spazio nel Caucaso
Di nuovo in viaggio. Per spostarsi verso est, Dos Passos prende prima un traghetto diretto a Trebisonda, poi si dirige verso la capitale dell'Adzaristan, Batum. A seguito del trattato di pace appena siglato tra Russia e Turchia, l'Adzaristan ha cambiato bandiera ed è divenuto parte autonoma della Repubblica di Georgia; ma allo stesso tempo il governo georgiano, menscevico (la fazione moderata del Partito socialdemocratico russo), è stato rovesciato dall'Armata Rossa che ha proclamato il potere sovietico. Si tratta di un periodo di rimescolamento nell'area, ma le reazioni che Dos Passos registra sono omogenee: la morsa dell'Urss è già solida e rappresenta un motivo di speranza per la popolazione locale, almeno a giudicare da quanto apprendiamo dallo scrittore americano, le cui simpatie a sinistra in questo periodo sono parecchio radicate.
Il treno che collega Batum a Tiblisi è un incubo. Arriva in stazione strapieno, a centinaia scendono alla rinfusa, si fanno spazio con la forza per uscirne. «Tutti in carrozza» è una parola: lo spaesato viaggiatore, pur munito di biglietto e prenotazione, non riesce a salire nel suo scompartimento e deve farsi aiutare da un militare per cacciare gli occupanti del suo posto. Soldati, contadini, mercanti si ritrovano compressi all'inverosimile nelle carrozze senza peraltro essere certi di partire, tra chi parla di un'epidemia di tifo a Tiblisi, chi di colera, chi dell'arrivo di un altro esercito che ha preso il controllo della capitale.
Alla fine ci si muove. Dalle coste del Mar Nero il treno sbuffa verso le montagne del Caucaso, attraversando foreste fitte e scure. Alla notte, il buio assoluto fa assomigliare le stelle in cielo alle margherite di un campo. I fortunati sui sedili tentano di addormentarsi, ma eserciti di cimici saltano addosso ai viaggiatori e Dos Passos, vissuto nella porpora come i reali bizantini al confronto degli indigeni, non trova di meglio che farsi spazio nel vano bagagli e schiacciarsi una ronfa lì in alto, sebbene infastidito dal continuo vociare dei viaggiatori aggrappati al tetto del vagone.
A Tiblisi, l'emergenza colera c’è davvero e si contano venti morti al giorno; la gente, però, sembra non curarsene e appena può pensa a distrarsi, ad essere felice. E dire che, malattie a parte, ci sarebbe anche la Ceka a costituire un pensiero: la polizia politica russa, infatti, controlla e reprime il minimo dissenso con severità. Il nostro però non si fa intimorire: esce, gira, visita il centro storico, cena a caviale e Kakhetia – un celebre vino georgiano – e si reca in serata al Noblemen's Club, nel quale viene coinvolto in un recital di poesia collettivo e rivoluzionario in tutte le lingue possibili. Preso alla sprovvista, Dos Passos improvvisa un Oh Sunflower weary of time dell'incolpevole William Blake, accolto da mille applausi che però non valgono molto: quasi nessuno capisce una frase d'inglese.
La traversata prosegue a bordo del carro postale di un treno che attraversa la poverissima Armenia, poi gira intorno al monte Ararat. Il tempo trascorre lentamente tra una fermata e l'altra, tazze di tè bollente, le mille chiacchiere del medico persiano che sciorina le proprie tesi anticoloniali, progressiste, che coniugano Islam e meccanizzazione dell'economia d'Iran. Che sta vivendo un fermento politico clamoroso: il 21 febbraio di quel 1921 il capo della brigata dei cosacchi Reza Khan, futuro shah di Persia, aveva preso il potere mediante un colpo di stato con l'aiuto degli inglesi, e già cinque giorni dopo veniva siglato un trattato secondo il quale le truppe russe si impegnavano ad abbandonare il paese. La politica è presente nei discorsi di chiunque, e la speranza per un futuro indipendente accomuna i notabili e il popolo minuto.

Assistere all'Ashura a Teheran
Le pagine dedicate al passaggio in Iran su una carrozza a cavalli, che comincia il 21 agosto con l'ingresso a Djulfa, sono bellissime. L'interesse per la realtà che lo circonda si fa più trasparente, e Dos Passos si lascia andare ad una narrazione semplice e immediata. Ha inizio il Moharram, il primo mese del calendario islamico nel quale gli sciiti commemorano il sacrificio del martire Hussein, pronipote di Maometto e dei suoi seguaci a Qarbalà. I tamburi e le urla dei fedeli lo svegliano dal letto della locanda di Qazvin in cui si trova, e dalla finestra osserva curioso i credenti in processione; ma è a Teheran che assiste dal vivo all'Ashura, il giorno dell'espiazione, con i fedeli che si percuotono violentemente il petto con punte di metallo fino a sanguinare.
La Ford, guidata da un armeno con indosso una divisa da ufficiale inglese forse per celare del contrabbando, conduce i passeggeri lungo la via delle città sante d'Iraq. Kazimain, Samarra, Najaf e Qarbalà vengono raggiunte dai pellegrini in sella a cavalli e cammelli; i più poveri viaggiano a piedi, tutt'al più a dorso d'asino. Alcune carovane trasportano cadaveri in bare bianche, che verranno riseppellite in terre sacre. L'auto lanciata a tutta velocità incrocia questa massa di viandanti in continuazione. Al confine di Qasr Shirin, l'americano – che sempre più rimpiange la vita comoda all'europea, e sogna cibi e usanze del mondo civilizzato – si fa condurre da un’auto di militari alla stazione ferroviaria, ma è costretto a fermarsi per la notte. Non ci sono caffè né panini in vendita: una volta passato il treno, il ristoro chiude baracca. Nell'attesa, si consola con dell'altro melone e socializza con un inglese, che lavora nel settore del petrolio; tra un whisky e l'altro, costui gli racconta dei suoi dipendenti.
Sono yazidi. Informatosi sul loro credo, Dos Passos ha scoperto che si tratta di adoratori del demonio nelle sembianze di un pavone dorato. Il culto sarebbe incentrato su di un paese o una tomba vicino Mosul, chiamata Sheikh 'Adi. Pare che siano gli ultimi frammenti rimasti di una qualche setta manichea. Hanno un libro sacro, ma la scrittura e la lettura sono loro proibite. Il nome di Satana per loro è sacro e tutti i suoni in "s" e "sh" sono stati omessi dalla loro lingua. Pare che celebrino certe notti con orge, tipo quelle che i romani attribuivano ai primi cristiani.
Trattasi di leggende o c’è qualcosa di vero nel racconto del petroliere inglese? Degli yazidi sentiamo parlare ancora adesso come di una minoranza resa oggetto di persecuzioni in qualche valle irachena, ma chi saprebbe dirne di più? Dos Passos non si pone il problema; noi, invece, per sicurezza rispolveriamo un classico, Concise Encyclopedia of Islam a cura di H.A.R. Gibbs e J.H. Cramers (Brill Academic Publishers Inc., Boston, Leiden, 2001; prima edizione del 1953).
Veniamo così a sapere che gli yazidi sono un gruppo tribale di lingua curda il cui nome deriverebbe dal persiano ized, ossia angelo, divinità. Il loro culto contiene elementi delle tre religioni principali più influenze pagane, zoroastriane, manichee, sabee (la trasmigrazione delle anime), sufi (segretezza della dottrina, stati di estasi, rispetto per molti dei "santi" sufi) e addirittura sciamaniche (sepoltura, interpretazione dei sogni, danze). Col satanismo non hanno niente a che vedere: adorano Dio, e osservano il culto di sette divinità minori che presero parte alla creazione del mondo. Una di queste, Malak Ta'us, è in effetti l'alter ego di Dio ed è stato Satana, ma il suo pentimento ha spento le fiamme dell'inferno e lo ha fatto ritornare nei ranghi. Per gli yazidi, quindi, il maligno non esiste più. Quanto al pavone che lo rappresenta, è un simbolo che proviene dal primo cristianesimo, in cui stava a indicare il sole e l'immortalità (le sue carni venivano considerate non deperibili). Gli yazidi non pongono enfasi sui loro testi sacri, e i loro riti segreti hanno dato luogo a fantasie. Il loro nome è stato confuso con quello dell'odiato califfo Yazid, le cui truppe avevano ucciso proprio l'Hussein celebrato dagli sciiti nel mese di Muharram. I musulmani li considerano degli eretici, e le tante fatwa rivolte contro di loro ne hanno decretato una persecuzione che dura ormai dal tempo dell'Impero Ottomano.
Dos Passos non ci racconta tutto questo perché fa il viaggiatore, non il documentarista. Scrive di ciò che vede, chiede quando la sua curiosità viene solleticata, impara anche un po' d'arabo per lanciarsi in qualche conversazione; ha però in mente i passi della Bibbia, e rimane meravigliato nello scoprire quanto i luoghi che sta visitando siano intrisi di significato religioso. Il viaggio va avanti e lasciamo al lettore il piacere di proseguirne la scoperta; troverà la narrazione di Dos Passos una perla dimenticata, trascurata e mai tradotta in italiano, se avrà la pazienza di cercare altrove ciò che nel testo sembra mancare.
E per chi vuole saperne di più, segnaliamo il seguente link: Dos Passos in the Desert

Francesco Cisternino

(direfarescrivere, anno VI, n. 55, luglio 2010)
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