Pace come punto d’arrivo e non come punto di partenza. Costruire la pace in Medio Oriente, in un territorio conteso e diviso, implica, però, la costruzione di stati sovrani ed indipendenti, con giurisdizione autonoma e con confini riconosciuti di diritto. In tal senso, uno di questi stati, Israele, esiste già. L’altro, la Palestina, non esiste ancora. Ed è proprio qui che sta il nodo fondamentale della questione israelo-palestinese. Senza tale premessa di fondo non si potrà mai arrivare ad una soluzione pacifica del conflitto.
Quello che manca, infatti, è il riconoscimento reciproco. Ora, contrariamente alle apparenze, il riconoscimento di Israele da parte dei Palestinesi c’è già, nei fatti. Manca, certo, in una parte della rappresentanza politica palestinese, il riconoscimento formale di Israele che potrebbe funzionare come moneta di scambio in una trattativa.
Indubbiamente, la contropartita dovrebbe essere importante, una parte di Gerusalemme, quella città che per gli arabi è “la Santa” e che gli Israeliani hanno incautamente proclamato capitale eterna del loro stato.
L’accordo di Ginevra e l’esempio del Sudafrica
Insomma il riconoscimento, se deve essere totale, comporta dei prezzi come quelli previsti per esempio dall’Accordo di Ginevra firmato, come è noto, da moderati dei due campi (moderati, non pacifisti, purtroppo minoritari per ora in entrambi i fronti).
C’è anche l’esempio sudafricano della verità senza condanne. Giovanni Carpinelli e Claudio Vercelli, nell’Introduzione al loro libro che ci accingiamo a presentare, a un certo punto scrivono: «La memoria è qui intesa come passaggio necessario, non come vincolo. Molte cose restano possibili a chi osa guardare al passato senza falsi timori. Forse la pace richiede una parte di oblio, il diritto a conquistare un po’ di silenzio dopo l’eccesso di cose dette e di ricordi esibiti. Superando quella potente e stritolante dialettica tra martirio e redenzione, caduta e trionfo, che si è sostituita alla comprensione di sé e dell'altro, diventando mitografia nazionale per entrambi gli attori in scena, israeliani e palestinesi».
Ma la storia insegna che il cammino verso la pace è lungo e doloroso ed è proprio la storia ad aver posto degli ostacoli lungo il cammino. Esistono, infatti, dei problemi irrisolti. Primo fra tutti Gerusalemme, Città Santa sia per gli Ebrei che per i Musulmani; sede dell’antico tempio del popolo ebraico e sede della spianata delle moschee. Come poter dividere, dunque, una città in cui peraltro i luoghi sacri di entrambe le religioni sono praticamente contigui? A chi assegnarne la giurisdizione? Capitale di quale dei due stati dovrebbe diventare?
Altro punto irrisolto è quello rappresentato dai profughi palestinesi, sgomberati dopo la fondazione dello stato d’Israele nel 1948 e dispersi fra Giordania, Iraq, Libano e Siria. Quale posto per un loro ritorno? Su quali risorse economiche e sociali potrebbero contare questi profughi una volta fatto ritorno nelle loro terre d’origine, attualmente abitate da Israeliani? E dove andrebbero gli Israeliani che ora vivono in quelle terre? Questi ed altri sono i punti chiave da risolvere per una soluzione pacifica; alla quale, peraltro, non si arriverà se non passando per la costruzione di un’entità statale autonoma e sovrana all’interno di confini legittimi: ovvero lo stato di Palestina.
L’aggressiva politica di Israele
Ma fare passi avanti verso una soluzione pacifica implica farne alcuni indietro e rinunciare a qualcosa. Israele, ad esempio, dovrebbe porre fine alla politica aggressiva di occupazione dei territori palestinesi perpetrata fin dalla sua fondazione. Cosa che, in parte, è già stata realizzata dal precedente governo Sharon che ha predisposto l’abbandono forzato dei coloni ebrei presenti nei territori occupati. Ma soprattutto il governo israeliano dovrebbe rinunciare alla costruzione del muro di separazione, iniziata nel 2003, che separa le due comunità lungo tutto il territorio dell’antico mandato britannico, dalla frontiera libanese a Gerusalemme. Questo muro, nonostante le condanne della comunità internazionale – tra le quali manca quella degli Usa –, viene presentato come una barriera alle infiltrazioni dei terroristi. Per contro, da parte palestinese, sarebbe auspicabile una ferma rinuncia alle azioni di guerriglia terroristica contro la popolazione civile israeliana. Soprattutto Hamas ed Al Fatah, due movimenti politici che caldeggiano la lotta armata per la liberazione della Palestina, dovrebbero attestarsi su posizioni più moderate. In particolare in seguito all’affermazione politica di Hamas alle ultime elezioni, nelle quali, com’è noto, ha ottenuto la maggioranza in parlamento.
Carpinelli e Vercelli in Israele e Palestina: una terra per due (Ega Editore, pp. 218, € 12,00) propongono una nuova visione della questione israelo-palestinese che possa essere la più oggettiva possibile, senza prese di posizione aprioristiche, ma sviluppando un discorso che non sia, secondo quanto i due autori affermano nell’Introduzione al saggio, «il discorso giusto, ma un discorso attento alle ragioni di tutte e due le parti in lotta». Ed in questo senso si dimostra fondamentale, ed innovativa, per la comprensione di un conflitto che non sembra avere una soluzione a breve termine, l’attenzione posta sulla forma assunta, all’interno di ciascun campo, dalla rappresentazione di sé e dell’altro.
Israele e Palestina: due nomi per una stessa “Terra”, due modi per indicare un unico spazio geografico che due popoli, Israeliani e Palestinesi, si contendono da quasi un secolo. Un conflitto, bellico, politico e sociale, radicato nell’identità stessa d’Israeliani e Palestinesi ed il cui oggetto del contendere non è soltanto la terra ma l’esistenza, ed il riconoscimento reciproco, delle due comunità come entità autonome e sovrane in un territorio dai confini sicuri e legalmente accettati.
Capire il contesto
La Prima parte del libro, curata da Vercelli, dal titolo Il conflitto e il suo contesto. Gli elementi del confronto tra israeliani e palestinesi, si propone l’obiettivo di mettere in luce quelli che sono gli “elementi strutturali” del conflitto. A tal proposito la trattazione è stata organizzata in lemmi o parole chiave, che possano dare conto dei vari fattori culturali, sociali ed economici che s’intrecciano nel divenire storico. All’interno di ogni capitolo si possono trovare degli utili rimandi alla parte storica, cui è dedicata la Seconda parte del libro, curata da Carpinelli, dal titolo Israele e Palestina: i mutamenti di scenario, per meglio comprendere come i vari elementi strutturali del conflitto si siano evoluti nell’arco di una storia fatta di guerre e rivolte civili, esodi forzati e politiche fallimentari da parte di entrambi gli schieramenti.
Ne Il conflitto ed il suo contesto, Vercelli analizza gli elementi della questione israelo-palestinese partendo dalla rappresentazione di sé e dell’altro che i due popoli hanno elaborato attraverso la storia di questo lungo conflitto, tanto che «trattandosi del prodotto di due nazionalismi in competizione per la stessa posta – il controllo della medesima terra – è dal rapporto conflittuale tra le parti che si sono definiti i caratteri che oggi conosciamo con il nome di israeliano e palestinese».
Identità a confronto
Israeliano è chiunque sia nato da genitori israeliani a prescindere da qualsivoglia appartenenza religiosa od etnica. Ma la peculiarità dell’essere israeliano è rappresentata dalla possibilità riservata a qualsiasi ebreo – nato cioè da genitori di religione ebrea o almeno da madre ebrea – di altra nazionalità, di acquisire la cittadinanza dello stato d’Israele (che fu fondato nel 1948) usufruendo della Legge del ritorno varata nel 1950. Secondo Vercelli questa legge fu «un tentativo per cercare di risolvere una duplice questione, quella del rapporto, biunivoco, tra Eretz Israel (la “terra d’Israele”, in riferimento alla Bibbia, intesa come dimensione fisica ma anche come categoria dello spirito ebraico) e Medinat Israel (lo stato d’Israele, ovvero quell’insieme di apparati e giurisdizioni che fondano una sovranità definita secondo i canoni del diritto positivo)». In ciò fu rilevante la spinta del sionismo, il nazionalismo ebraico, sviluppatosi a cavallo tra il XIX ed il XX secolo, che identificava la Palestina con la Terra Promessa (Sion) del popolo ebraico verso la quale esso avrebbe fatto ritorno. Israele quindi non è solo una dimensione politica, ma assume, attraverso il sionismo, una dimensione simbolica ed ideologica. E questo dato si riflette nella costruzione di un’identità – l’essere israeliano – «che coniuga la cognizione di un passato di migrazioni con la stratificazione sociale e culturale della popolazione che oggi vive sul territorio dello stato». La nascita di uno stato caratterizzato da una forte matrice nazionalista doveva però fare i conti con una sfida ed un problema rappresentato dalla presenza sul territorio di una popolazione araba, di gran lunga numericamente superiore.
Per quanto riguarda l’identità palestinese, a differenza di quella ebraica, essa non può far riferimento ad una compagine statale autonoma e sovrana nel suo territorio, non esistendo ancora uno stato palestinese. Si è costretti a parlare di «una comunità politica in fieri, che ha una limitata autonomia e una giurisdizione vincolata dalla volontà sovrana del proprio avversario». Si può quindi affermare che un palestinese non abbia una precisa identità nazionale ma che questa sia solo il prodotto del rapporto con le circostanze storiche, essendo costretto ad una vita precaria nei Territori, all’interno dei quali non ha la possibilità di circolare liberamente se non mostra continuamente i documenti ad ogni posto di blocco israeliano. Oscilla, quindi, fra la necessità di mantenere vive le proprie radici in una terra che sente propria ed il sentirsi “stranieri in patria”. L’identità palestinese tuttavia arriva ad acquisire una definizione di sé per l’opera dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp), che nella Carta costituzionale palestinese, redatta tra il 1964 ed il 1967, faceva un primo riferimento ad una “entità territoriale indivisibile”, i cui confini coincidevano con quelli del trascorso mandato britannico del 1922. Ma si arriva ad un riconoscimento formale solo nel 1969, quando una risoluzione dell’Assemblea generale dell’Onu riconosce i «diritti inalienabili del popolo palestinese»; e solo nel 1993, con la Dichiarazione di principi di Washington, si attribuisce ai palestinesi una sia pur precaria forma di sovranità sui Territori di Cisgiordania e Gaza, per mano dell’Autorità nazionale palestinese.
Shoa e Naqba, due tragedie a complementari
Un altro elemento fondamentale, oltre a questo antagonismo di fondo radicato nelle coscienze di questi due popoli, è rappresentato da un evento storico di rottura a partire dal quale le due comunità nazionali hanno iniziato a pensarsi come tali. Si tratta della Shoah e della Naqba, fatti storici dolorosi che hanno contribuito a determinare una rottura ma al tempo stesso la costruzione di una volontà di riscatto della propria storia nazionale. Shoah è una parola ebraica che può essere tradotta con “catastrofe” e sta ad indicare il tentativo perpetrato dalla Germania nazista, durante la Seconda guerra mondiale, di eliminare, attraverso la deportazione, il concentramento coatto e la gassazione, la “razza ebraica”, considerata nemica della “razza ariana”. C’è da dire che lo stato d’Israele non è certo nato come compensazione di questa tragedia vissuta da milioni di ebrei, ma sicuramente «la coscienza dei suoi cittadini si lega ad essa, essendone come avviluppata». Naqba, invece, è una parola araba che si può tradurre allo stesso modo e che definisce la serie di eventi che si verificarono tra il 1947 ed il 1949 e che portarono all’espulsione forzata – assieme ad atti di violenza e distruzione – delle popolazioni palestinesi dalle loro terre d’origine, quelle della Palestina mandataria prima e del nascente stato d’Israele poi. Due eventi che hanno rappresentato una minaccia per l’esistenza di ognuna delle due comunità ma dai quali è emersa la necessità, per entrambe, della costruzione di una compagine statale autonoma e sovrana nel proprio territorio, fondamentale presupposto per un’esistenza sicura e pacifica per entrambi.
La storia di un antagonismo permanente
Nella Seconda parte del saggio, Palestina ed Israele: i mutamenti di scenario, Carpinelli compie una puntuale ricostruzione storica della questione israelo-palestinese che aiuta a comprendere l’evolversi dei fattori analizzati da Vercelli nella prima parte del libro.
La storia del conflitto israelo-palestinese ha inizio nel periodo della Prima guerra mondiale al termine della quale, in seguito alla caduta dell’Impero Ottomano, il Medio Oriente diventa oggetto di spartizione tra Francia e Gran Bretagna. Alla prima vennero affidate il Libano e la Siria, mentre alla seconda l’Iraq e la Palestina. Fino a quel momento la Palestina, ovvero quel territorio collocato tra il Sinai e le montagne del Libano e delimitato ad est dal fiume Giordano, era abitata da una popolazione in maggioranza araba, con una minoranza di popolazioni di religione e cultura ebraica e cristiana.
La situazione di questo territorio cambiò drasticamente in seguito agli accordi di Sanremo del 25 aprile 1920, ratificati successivamente nel luglio 1922 dalla neonata Società delle nazioni. Il mandato britannico sui territori palestinesi si intreccia a questo punto con le aspirazioni del movimento sionista. Il Patto costitutivo dell’organizzazione internazionale prevedeva, all’articolo 22, l’assegnazione del regime del mandato «alle colonie e ai territori che in seguito all’ultima guerra avevano cessato di trovarsi sotto la sovranità degli Stati che prima li governavano, e che erano abitati da popoli non ancora in grado di reggersi da sé, nelle difficili condizioni del mondo moderno».
Ma una simile dichiarazione di principio, a prescindere dalle considerazioni di merito, poneva la questione, per un territorio come la Palestina abitato da diverse comunità prive di un’organizzazione politica unitaria, di quale popolo avviare all’indipendenza dietro «il consiglio e l’assistenza amministrativa di una potenza mandataria, finché non fossero stati in grado di reggersi da sé». Ed il governo britannico scelse di optare per la popolazione ebraica, infatti, nella “Dichiarazione Balfour” del 1917, ripresa poi nel testo del mandato del 1922, si legge: «Il Governo di sua Maestà guarda con favore alla creazione in Palestina di un “focolare” nazionale per il popolo ebraico e metterà in atto tutti gli sforzi per facilitare la realizzazione di questo obiettivo, restando però inteso che nulla verrà fatto per arrecare pregiudizio ai diritti civili religiosi delle comunità non ebraiche in Palestina». In questo documento si fa un esplicito riferimento ad un popolo ebraico mentre i palestinesi sono retrocessi semplicemente al rango di “non ebrei”.
Da questo punto in poi la situazione precipita rovinosamente. Il movimento sionista, forte dell’appoggio britannico, inizia una politica di insediamenti e dal 1948, dopo la fondazione dello stato d’Israele, si verificano flussi migratori verso di esso. Israele si configura da subito come «uno stato guerriero organizzato su base etnica: solo gli ebrei sono cittadini a pieno titolo; gli arabi sono esclusi dal servizio militare e quindi dall’accesso agli impieghi pubblici; non possono neppure acquistare della terra». Intanto la popolazione israeliana tra il 1948 ed il 1958 passa da circa 948.000 ad oltre due milioni di abitanti. Nel 1967 scoppia la cosiddetta Guerra dei sei giorni che vede impegnate Giordania e Siria schierate con l’Egitto di Nasser, e Israele sul fronte opposto. La vittoria militare di Israele è schiacciante tanto che estende il suo dominio all’intero spazio che un tempo era stato occupato dalla Palestina mandataria, mentre Cisgiordania e Gaza diventano territori occupati.
Da quel momento in poi la tensione tra Israeliani e Palestinesi non fa che aumentare. Di fatto gli stati arabi confinanti riconoscevano Israele ma il problema era che Israele non tollerava l’esistenza nel suo territorio di una comunità palestinese che ormai, soprattutto dopo la Guerra dei sei giorni del 1967 e la successiva occupazione di Cisgiordania e Gaza, era priva di un’organizzazione politica. Tralasciando i dettagli delle varie fasi del conflitto – per la cui trattazione si rimanda alla lettura del saggio – si arriva nel 1993 ad una sorta di compromesso con la Dichiarazione di principi sulle disposizioni temporanee di autonomia, sottoscritta ad Oslo dall’allora Primo ministro israeliano, Itzak Rabin, e dall’allora leader dell’Olp, Yasser Arafat.
Le due parti si impegnavano nel riconoscimento reciproco: Israele si impegnava a ritirarsi da Gaza e dalla Cisgiordania; e in questi territori si sarebbero tenute delle elezioni per un Consiglio palestinese,che li avrebbe governati per cinque anni, durante i quali le due parti avrebbero negoziato congiuntamente un assetto definitivo. L’ambiguità e la fragilità di un tale accordo è presente già nel titolo del documento, in quanto solo “dichiarazione di principi”; il riconoscimento reciproco era formalmente sanzionato ma ciò che mancava in esso era una chiara definizione dei rispettivi ruoli e dell’effettiva autonomia che i palestinesi avrebbero ottenuto. Nel gennaio 1996 si tengono le prime elezioni nei territori dell’Anp nelle quali Arafat è eletto presidente. Da questo punto si può iniziare a parlare, seppure con cautela dato che la questione israelo-palestinese è tuttora lontana da una soluzione definitiva ma soprattutto pacifica, di una nazione palestinese.
Il saggio di Carpinelli e Vercelli aiuta a comprendere quelli che sono i motivi di un conflitto che da molti storici è stato considerato come la “nuova guerra dei cent’anni”, ossia «un antagonismo ben radicato nell’identità stessa delle parti in causa». Ma la questione fondamentale che i due storici vogliono portare alla luce è che la pace deve considerarsi un punto di arrivo e non di partenza, e che per arrivare ad una soluzione non sono sufficienti soltanto confini definiti e giurisdizioni attive, ma servono soprattutto «garanzie nella costruzione di cittadinanze sociali. Che implicano l’effettiva capacità di integrare culturalmente, economicamente gli individui offrendogli prospettive di condivisione e crescita».
Marco Zappacosta
(direfarescrivere, anno II, n. 10, dicembre 2006) |